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Mafia, maxi sequestro al mercante d'arte Becchina

Mafia, maxi sequestro al mercante d'arte Becchina”

È quanto sostengono gli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Trapani che nel mattinata di mercoledì hanno dato esecuzione ad un decreto di sequestro ai fini della successiva confisca di prevenzione dell'intero patrimonio mobiliare, immobiliare e societario riconducibile all'uomo, G.

Tra i finanziatori del boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro ci sarebbe anche un noto mercante d'arte siciliano che per oltre un trentennio avrebbe accumulato ricchezze con i proventi del traffico internazionale di reperti archeologici con l'appoggio degli uomini del padrino. Una "collaborazione" confermata anche da alcuni collaboratori di giustizia, secondo i quali ci sarebbe proprio il patriarca mafioso dietro il furto del famoso "Efebo di Selinunte", statuetta di inestimabile valore archeologico trafugata negli anni Sessanta e poi recuperata. Già nel 1992, sulla base delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Rosario Spatola e Vincenzo Calcare, che lo indicavano come vicino sia alla famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, che alla famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale avrebbe trafficato reperti archeologici, Becchina era stato indagato per concorso in associazione mafiosa. In seguito intraprese l'attività di commercio di opere d'arte e reperti archeologici. Nel 2001, i carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale scoprirono a Basilea alcuni box gestiti da Becchina, dove era stipato un tesoro con oltre 5.000 reperti archeologici provenienti da scavi clandestini (restituiti all'Italia alcuni anni fa) tutti di epoca compresa tra l'VIII secolo avanti Cristo e il III dopo Cristo.

Il collaboratore di giustizia Brusca, nel confermare gli interessi economici dei Messina Denaro nel traffico dei reperti archeologici, ha raccontato che fu Riina a indirizzarlo dal latitante castelvetranese, quando, nei primi anni Novanta, ebbe necessità di procurarsi un importante reperto archeologico, che avrebbe voluto scambiare con lo Stato italiano per ottenere benefici carcerari per il padre. Secondo le accuse avrebbe foraggiato economicamente la latitanza di Matteo Messina Denaro. "Sempre a Basilea, secondo diverse risultanze giudiziarie, si sarebbe recato più volte lo stesso Messina Denaro ed altri appartenenti alla sua cosca mafiosa per acquistare illegalmente armi da guerra". "Informazioni che gli avrebbe riservatamente rivelato Francesco Guttadauro, nipote prediletto (attualmente detenuto per mafia) della primula rossa di Castelvetrano", dicono gli inquirenti. Poi a terreni, conti bancari, automezzi, immobili tra i quali l'antico castello Bellumvider, residenza nobiliare del casato Tagliavia-Aragona-Pignatelli, principi di Castelvetrano. Stando alle stime degli investigatori, sebbene il valore dei beni sequestrati sia difficile da calcolare essendo in buona parte d'interesse storico - architettonico, sarebbe comunque di svariati milioni di euro.



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